Mercoledì 24 febbraio ho avuto l’onore ed il piacere di inaugurare il corso di formazione dedicato all’enologia, ed  in particolare alle “Sfumature del Dolcetto”, organizzato dalla Condotta Slow Food di Bra: un gruppo ristretto e selezionato di consumatori consapevoli, attenti ed appassionati, con il quale sono subito entrato in sintonia. Nel corso delle prossime tre lezioni, sono certo, potremo maturare, insieme, un percorso di crescita culturale reciproca e… degustare ancora molti vini Dolcetto!

La battute iniziali del primo incontro si sono soffermate sullo studio, in forma di dialogo deduttivo, dell’origine  del nome del vitigno: dosset, nell’accezione dialettale piemontese, significa “dolce”. Ma cosa è dolce del Dolcetto?

Di certo, non il vino!

L’ipotesi prevalente ritiene che l’appellativo della varietà derivi dall’elevata concentrazione zuccherina dell’uva matura, che, in passato, aveva reso i grappoli pregiati anche per il consumo come uva da mensa. A sostegno di tale teoria anche il pensiero di Renato Ratti, il quale nei suoi scritti ha affermato con autorevolezza che: “il fatto di denominarsi Dolcetto deriva dalla particolare sensazione gradevole ed intensamente dolce dell’uva, che avendo limitato tenore acido, appare appunto molto dolce”.

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Ma non solo, secondo alcuni cultori del vino, la varietà deriva il proprio nome dalla caratteristica precocità di maturazione: i grappoli del Dolcetto sono, infatti, i primi a giungere in cantina tra i vitigni a bacca nera, proprio perché sono i primi ad addolcirsi a livelli adeguati per l’avvio della vendemmia.

Infine, una ulteriore ipotesi ritiene che il termine dosset, non sia riferito agli zuccheri, bensi alla bassa, dolce collina, che rappresenta il territorio tradizionalmente vocato alla coltivazione di questa specifica varietà.

Quale tra queste è l’ipotesi regina? Difficile, probabilmente impossibile stabilirlo. Infatti, tutte le motivazioni sopra indicate dell’etimologia sono vere e si riferiscono a caratteristiche reali del vitigno.

Il Dolcetto attualmente è un vitigno considerato autoctono del Piemonte, dove ha trovato nelle Langhe la sua terra d’elezione. Le prime testimonianze storiche certe ad oggi conosciute, menzionano il Dolcetto in un documento del comune di Dogliani, datato 1593, nel quale si richiamavano i coltivatori a non sprecare le uve raccogliendole prima della piena maturazione.

Ma la storia del vitigno è sicuramente più antica ed in merito alla sua origine primaria non si hanno certezze. Gli studiosi della vite, infatti, sono parzialmente concordi nell’affermare che il Dolcetto sia stato selezionato in epoca tardo-medioevale da un seme coltivato nei dintorni di Ormea e che da qui si sia diffuso per contiguità in tutta la Val Tanaro. Ma può essere che il Dolcetto sia molto più antico ed originario della vicina Liguria di Ponente.

Nei secoli passati, le colline di Langa erano attraversate da diverse strade del sale, vie di comunicazione che servivano a rifornire l’entroterra di materie prime, quali appunto il sale, le acciughe, l’olio e moltissime altre merci. Probabilmente in uno di questi scambi, il vitigno Dolcetto, partendo dalle coste liguri, è giunto nelle Langhe, diffondendosi poi in tutto il Piemonte meridionale.

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I primi studi scientifici dedicati a tale vitigno risalgono al 1798, ad opera del Conte Giuseppe Nuvolone Pergamo, allora vicedirettore della Società Agraria di Torino, che ne descrisse le qualità per conto della compagnia. Successivamente, nel 1839 venne compreso da Giorgio Gallesio nella sua opera Pomona italiana, trattato degli alberi fruttiferi, che allora fu pubblicato in fascicoli a partire dal 1817. Gallesio, comunque, aveva già descritto nel 1812 il Dolcetto, “dipingendolo” con la seguente descrizione: “Vitis vinifera Aquaestatiellaensis, omnibus praecocior, racemismediis, simplicibus, oblongis, acinisrotundis, parvis, nigricantibus, petiolo rubescente; vino atrepurpureo, tenui, dulci, bene digesto, promptuario. Vulgo, Uva d’Acqui o Dolcetto del Monferrato.”

Tra gli anni 20 e 30 del Novecento, il Dolcetto fu protagonista delle terapie curative a base di uva, quella che oggi si chiama ampeloterapia, in quanto uva dai bassi contenuti di acidità ma dai ricchi tannini, quindi poco fastidiosa per lo stomaco se sottoposto a una dieta di sole uve.

La storia recente ha visto il primo riconoscimento DOC per il Dolcetto nel1972, quando la denominazione di origine fu insignita al Dolcetto di Ovada. Da allora, il vitigno, pur tra andamenti altalenanti del mercato, ha visto una costante crescita qualitativa, dapprima con il riconoscimento di ulteriori denominazioni DOC, poi con la qualificazione di tre denominazioni di origine controllata e garantita, che rappresentano le punte di diamante delle produzioni enologiche da uva Dolcetto: Dogliani DOCG, Diano d’Alba DOCG ed Ovada Superiore DOCG.