Anche se mio nonno è mancato da molti anni, quando ancora ero bambino, nella mia mente sono rimasti indelebili alcuni frame dei momenti trascorsi in compagnia. Ricordo, in particolare, che molte volte trascorrevamo insieme i lunghi pomeriggi estivi, ristorandoci dalla calura sotto la vecchia “topia” in giardino. Quando all’orizzonte comparivano le grandi nuvole minacciose di temporale, mio nonno era solito seguirle ininterrottamente con lo sguardo, corrugando ancor più la sua alta fronte profondamente segnata dalle rughe dell’eta. Nei suoi occhi leggevo , seppur con poca consapevolezza, tanto timore ed allora gli chiedevo:

«Di cosa hai paura nonno?»

«Della tempesta» mi rispondeva, senza aggiungere spiegazioni o altre parole.

Il fatto che mio nonno avesse paura di qualcosa, causava anche in me un profondo turbamento. Era un uomo saggio, pacato, sopravvissuto alla Guerra. Non poteva, non doveva avere paura di nulla. E, ovviamente, nella mia poco razionale mente di bambino, se la tempesta faceva paura a mio nonno, era giusto che intimorisse pure me.

Da allora, quello strano imprinting non mi ha più abbandonato. E, nonostante il tanto tempo passato a studiare i mille congegni tecnologici che permettono di prevenire o limitare i danni della grandine, la mia passione per gli scritti di Beppe Fenoglio non ha fatto che incrementare il mio odio nei suoi confronti.

Oggi sono molti i sistemi che permettono ai viticoltori di far fronte ai rischi delle avversità atmosferiche: dalle “semplici” assicurazioni, che ripagano degli eventuali danni al raccolto, alle reti anti-grandine poste a ricoprire la vegetazione impedendo il contatto tra i chicchi di ghiaccio ed i grappoli, ai così detti cannoni antigrandine.

cannone antigrandine

La strana casupola che compare nella foto a fianco della mia Fiat 500, scattata nella zona di Barbaresco, è proprio un’installazione dell’articolato sistema di cannoni antigrandine che protegge le colline dell’albese dai potenziali danni delle nubi temporalesche. Il dispositivo funzionale ha la stessa forma di un cannone, ma a cono rovesciato, rivolto verso il cielo. Durante i temporali, un’esplosione a salve invia un’onda d’urto verso l’alto per spaccare i chicchi di grandine in fase di formazione ed impedirne la nucleazione di nuovi.

Questo spiega perché, quando un temporale sopraggiunge a ridosso delle colline di Alba, sembra quasi di essere precipitati in guerra: cupi scoppi, accompagnati spesso da tremolii e vibrazioni, squarciano l’atmosfera profumata di ozono, susseguendosi al ritmo di pochi secondi, per poi rimbombare ancora più tetri tra i versanti collinari.

Mettendo in disparte l’aspetto emozionale, da tecnico del settore, mi è doveroso sottolineare la perplessità mossa da taluni in merito alla reale utilità di tali dispositivi: al momento, infatti, rimane da dimostrare in modo inequivocabile che questi metodi consentano una reale protezione dalla grandine e non si limitino a esercitare meri effetti psicologici. D’altro canto, si è accreditata la tesi che nelle zone già protette con i cannoni, in particolare nell’area di Barbaresco, il sistema funzioni.

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Di certo, la presenza dei cannoni antigrandine contribuisce ad aumentare il fascino delle stupende colline albesi anche nelle cupe giornate di pioggia durante le stagioni più calde: in molte persone, infatti, il loro suono, accompagnato dalla minacciosa forgia del cielo temporalesco e dal rombo dei tuoni, suscita emozioni forti.

Personalmente, se è vero il celebre aforismo di Rebecca Parton che recita “per vedere l’arcobaleno, bisogna sopportare la tempesta”… beh, preferisco non vedere l’arcobaleno!!!